venerdì 15 dicembre 2006

Palestina di Joe Sacco



Joe Sacco proviene dalla tradizione del fumetto underground, dalle riviste come World War 3, in cui la cronaca giornalistica e il disegno confluiscono nel mezzo più sovversivo che esista: la letteratura disegnata, come l'ha definita Hugo Pratt, capace di calamitare l'attenzione dei lettori anche su argomenti duri come la questione palestinese.

E cosa spinge un autore di fumetti in Palestina? L'indignazione.

Joe Sacco parte, destinazione Palestina, tra la fine del 1991 e l'inizio del '92, ci resterà per due mesi con il proposito raccontare la prima Intifada in modo autentico, avvalendosi della sua formazione giornalistica, raccogliendo in un diario di viaggio testimonianze di un popolo solitamente inascoltato insieme con impressioni personali, perchè Joe Sacco è sempre al centro della storia: è attraverso il suo sguardo da occidentale un pò cinico, nascosto dietro le grandi lenti a specchio, che scorriamo lungo le vignette, dal campo lungo della confusione dei mercati mediorientali al primo piano di un bimbo tremante davanti ai soldati israeliani.

Questa graphic novel, assume oggi ancora più valore, essendo in grado di partire dall'origine dei conflitti, di spiegare suo malgrado cosa c'è dietro il diffondersi dei fodamentalismi religiosi, tutto in un unica domanda che Sacco si pone al termine del soggiorno in Palestina: Cosa pensa quel bimbo tremante? Come diventa chi crede di non avere alcun potere sul proprio destino?
Forse gli stessi pensieri che deve aver fatto un sopravvissuto di Auschwitz, oppure, l'espressione indignata di quel bambino potrebbe essere oggi quella di un iracheno, già, perchè il lettore troverà difficile distinguere il tratto caricaturale di Joe Sacco che ritrae le torture inflitte ai prigionieri palestinesi nel 1992 dalle foto di Abu Ghraib del 2005.

In quindici anni poche cose sono cambiate, quasi nessuna migliorata: alla prima Intifada ne è seguita una seconda, ai confini immaginari si sono sostituiti i muri, ai trattati di pace le guerra preventiva e duratura, ma di certo una cosa si fa sentire sempre meno: l'indignazione, la voglia di denuncia per ottenere una pace che non sia frutto dell'omissione dei fatti.


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venerdì 1 dicembre 2006

L'altra Napoli



"Mi avevano detto che Napoli e i napoletani erano peggiori di altre città e comunità, e ho capito che non erano peggiori, erano solo diversi. Ho capito dopo che se avessi detto perchè e in che cosa erano diversi sarei caduto nella semplificazione e nella menzogna". Infatti, Silvio Perrella, autore palermitano di Giùnapoli (Neri Pozza, pp.186, 15euro), non cerca d'interpretare la città, la legge, stabilisce un contatto attraversandola "l'importante è fissare un punto di riferimento". Il mare è quel riferimento che come Napoli non ha un colore definito, ma muta a seconda delle relazioni con ciò che la circonda.
Il loro primo incontro è quello tra un ragazzino proveniente da un paesino nel catanese e una vera e propria metropoli, quindi, non può che essere uno scontro violento fatto dei suoni di un dialetto duro e ancora indecifrabile, di un traffico inestricabile, degli scoppi dei fuochi di mezzanotte. Ne seguiranno altri filtrati dallo sguardo di scrittori napoletani come Anna Maria Ortese e Raffaele La Capria: attraverso loro Napoli svelerà il suo profilo verticale di stratificazioni sociali, di una piccola borghesia che cerca d'ingoiare la grande plebe, di una Storia sconfitta dalla Natura e che ristagna dalla fallita rivoluzione del 1799, di un'identità ormai soltanto recitata.
Ciò che Perrella si propone di fare è "connettere il su con il giù e viceversa" e a poco a poco, in queste discese e salite, fughe e ritorni, da straniero diventa napoletano: difende la sua città-madre da chi scappa via, da chi la critica con un banale "Napoli fa schifo". Lui ne è attratto e, come tutti quelli che restano, non sa perchè: abitudine "certo che a Napoli bisogna abituarsi, ma ci si abitua a lei solo se la si ama" .
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